La buona nomea dell’agricoltura italiana, la fiducia dal 78,6% degli italiani

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La professione dell’agricoltore piace sempre di più. Il 78,6% degli italiani dichiara di avere una buona opinione dell’imprenditore agricolo, e la quota è maggioritaria in modo trasversale alle classi di età e alle aree geografiche. Una percentuale che fino a qualche anno fa sarebbe stata impensabile. Non solo: l’impresa agricola con 19,8% di gradimento è al terzo posto della graduatoria dei soggetti in cui gli italiani hanno più fiducia dopo forze dell’ordine (48%) e volontariato (42,5%).

Sono i risultati di un’indagine del Censis presentata mercoledì 18 ottobre a Milano (Palazzo Giureconsulti) nel corso del convegno “Futuro in campo: perché investire nell’agricoltura conviene ai giovani, alle imprese, al Paese” organizzato da Panorama d’Italia. Al convegno hanno partecipato Valentina Aprea, assessore istruzione, formazione e lavoro della Regione Lombardia, Mario Federico, amministratore delegato di McDonald’s Italia, Matteo Lasagna, vicepresidente Confagricoltura, Gennaro Masiello, vicepresidente Coldiretti, Andrea Olivero, viceministro delle politiche agricole, alimentari, forestali, Luigi Pio Scordamaglia, presidente Federalimentare. Nel corso dell’incontro due giovani imprenditori agricoli hanno illustrato le innovazioni introdotte nelle loro aziende, mentre McDonald’s ha ricordato gli investimenti effettuati ogni anno in Italia con acquisti di prodotti agroalimentari per 72mila tonnellate.

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La filiera del cibo e le sue opportunità: i dati di Censis

Esiste una nuova centralità sociale del cibo nella vita degli italiani. I consumi food, intesi come le spese alimentari e per la ristorazione, valgono oggi 227 miliardi di euro nel 2016 e negli anni 2013-2016 sono cresciuti del +3,3%. Le esportazioni alimentari e di bevande valgono 31,3 miliardi di euro nel 2016 con un boom del +41,5% tra 2010 e 2016 e +3,6% tra 2015 e 2016. La dimensione quantitativa dei consumi alimentari, l’intensità quotidiana dei loro acquisti, li rende centrali nella vita individuale e collettiva degli italiani.

Dopo anni di cinghia stretta, gli italiani tornano a spendere anche per il cibo, ma con giudizio, con logiche di neosobrietà. L’86% degli italiani, dovendo spendere qualche soldo in più su specifici consumi a cui tiene molto, indica nel food la tipologia di consumi su cui punterebbe. Inoltre, negli acquisti alimentari a contare non è solo e soprattutto il prezzo: infatti, per il 69,9% degli italiani negli acquisti di cibo contano solo fattori diversi dal prezzo (trasparenza, impatto sulla salute e sicurezza, su tutti), per il 27,1% contano i prezzi e un altro fattore dei fattori indicati, per l’1,3% solo i prezzi. Una matrice di criteri di scelta di questo tipo è un requisito molto italiano, poiché nel mondo in media i prezzi sono la variabile prima (32% prezzi, gusto 29%, marca 18%).

I patrimoni enogastronomici, e le relative filiere dai campi alla tavola, sono il perno di una multiforme economia sui territori che attira visitatori e crea valore. Sono 24 milioni gli italiani che in un anno hanno partecipato ad almeno una attività enocorrelata (sagre, feste locali, fatto vacanze in località ecc.), di cui 16,1 milioni hanno partecipato a sagre, feste locali, altri eventi di territorio legati a cibo e vino e 13,7 milioni hanno fatto vacanze, gite in località celebri per l’enogastronomia. Uno straordinario motore di sviluppo locale con al suo centro la molteplicità di significati sociali del cibo, che incarna l’identità e la distintività delle comunità coinvolte.

Nell’Italia povera il cibo concentrava l’attenzione delle persone perché era poco e bisognava portarlo in tavola, nell’Italia benestante è passato in secondo piano rispetto ad altri beni (dall’abbigliamento alle vacanze), oggi torna prepotente al centro dell’attenzione degli italiani, ben oltre la sua funzione strumentale. Il cibo esprime la soggettività di persone, territori e comunità, ne incarna l’identità distintiva ed è il miglior ambasciatore dell’Italian way of life nel mondo.

Altri plus importanti sono l’alta reputazione sociale della nostra agricoltura e la nuova attrattività per i giovani. Gli agricoltori sono una professione che beneficia di una opinione altamente positiva tra i cittadini: come già anticipato il 78,6% degli italiani infatti dichiara di avere una buona opinione dell’imprenditore agricolo, e la quota è maggioritaria in modo trasversale alle classi di età e alle aree geografiche. L’impresa agricola (19,8%) è al terzo posto della graduatoria dei soggetti in cui gli italiani hanno fiducia dopo forze dell’ordine (48%) e volontariato (42,5%). Decolla l’attenzione e il coinvolgimento dei giovani nel fare impresa in agricoltura: +15% di giovani con età fino a 29 anni con cariche imprenditoriali in agricoltura nel 2014-2017 (dati secondo trimestre), con un evidente effetto sostituzione rispetto alle altre classi di età in cui si registrano valori più bassi o negativi. Inoltre, richiesti di dire come reagirebbero se un figlio o un nipote intendesse lavorare in agricoltura come imprenditore, professionista o lavoratore, l’85% degli italiani lo incoraggerebbe: un risultato agli antipodi di quanto emerso da analoghe indagini sino a non più di dieci anni prima.

L’agricoltura oggi ottiene pieno riconoscimento sociale della sua scelta strategica di mettere al centro della propria azione le aspettative dei consumatori, tenendo in conto il complesso delle implicazioni sociali, ambientali e di valori della sua attività. La produzione di cibo è molto più che un’attività economica, è produzione di valori e di senso, parte di una filiera che racconta al mondo il meglio del nostro paese. E soprattutto è uno dei settori a cui guardare per impresa, occupazione, valore.

Infine agricoltura italiana e cibo buono di qualità rappresentano un binomio vincente, anche grazie al fatto che la buona reputazione sociale dell’agricoltura è esito della sua capacità di rispondere alle aspettative di tracciabilità, genuinità, qualità e distintività richiesti dai consumatori. Ed il successo dell’agricoltura italiana trova ampio riscontro anche sul mercato visto che il 78,2% degli italiani è pronto a pagare qualcosa in più per alimenti con ingredienti di produttori e/o fornitori locali  italiani (il 38,5% almeno il 5% in più). Inoltre, per il vino tra i fattori che più contano all’atto dell’acquisto il fatto che sia italiano è molto o abbastanza importante per il 91,2% degli italiani. Italiano è anche sinonimo di genuinità, di qualità certificata dei prodotti, altro aspetto altamente apprezzato dai consumatori italiani: infatti, il 78,5% degli italiani è pronto a pagare qualcosa in più per prodotti confezionati e realizzati con prodotti/ingredienti Doc, certificati (il 34,8% almeno il 5% in più). Ed in fondo il valore dell’italianità, riferito non solo all’agricoltura ma anche all’industria alimentare italiana ed ai suoi brand, incarna risposte ad altre importanti esigenze dei consumatori: su tutte la sicurezza, con il 77,3% degli italiani pronti a pagare qualcosa in più in più per alimenti oggetto di controlli rigorosi sulla sicurezza e la qualità (il 38,4% almeno il 5% in più).

La centralità sociale del cibo è l’indicatore più efficace delle nuove opportunità dell’agricoltura, che è anche epicentro di una rivoluzione tecnologica che cambia radicalmente la produzione alimentare. Per questo, oggi investire in agricoltura è investire nel futuro puntando su un settore traino di una intera filiera che beneficia di un trend di attenzione sociale e culturale destinato a consolidarsi.

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